911 serie S del 1972

Nonostante il successo immediato della nuova  Porsche 911, la casa di Stoccarda non si ferma. Nel 1966 fa debuttare sul mercato la 911 S, con carburatori Weber triplo corpo che aumentano la potenza del motore sino a 160 cavalli, 30 in più della versione originale. Su questo modello comparvero poi le barre antirollio, gli ammortizzatori KONI e i cerchi in lega leggera Fuchs, destinati a diventare carattere distintivo delle 911.

Porsche 911 S, 1966.

Cominciano anche gli aggiustamenti di dettaglio all’interno dell’abitacolo, dal quale sparirono gli inserti in legno sostituiti da elementi in alluminio. Il cambio semiautomatico Sportomatic rappresenta il primo tentativo di abolire il pedale della frizione su una Porsche, senza però diminuirne lo spirito sportivo. Nel 1968 iniziano a comparire anche delle diversificazioni tra i vari modelli, per offrire a tutti i clienti una 911 adatta alle proprie esigenze. Le differenti versioni sono contrassegnate da lettere che ne identificano la motorizzazione: 911 T, cioè Touring, modello base con motore da 110 cavalli a 6 cilindri, dotato di cambio a 4 marce; 911 L, con 130 cavalli, una versione migliorata appena superiore alla T; 911 E, nuovo nome della L dal 1969, con passaggio al motore 2.2.

Porsche 911 T, 1969.

Nonostante l’originalità dei prodotti, non si può dire che la Porsche di quegli anni fosse un prodotto perfetto. Per iniziare a fornire una risposta almeno parziale alle richieste dei clienti, si decise di introdurre la prima grande modifica sostanziale alla scocca della 911, cioè l’allungamento del passo da 2.211 a 2.268 millimetri. Questo intervento rese più facile da manovrare un’automobile che era un po’ troppo nervosa per il guidatore medio, aumentandone contemporaneamente l’abitabilità interna. Inoltre, per bilanciare i pesi in maniera ottimale, le batterie vennero sdoppiate in due elementi e disposte anteriormente. Nel 1970, ci fu  un altro grande passo avanti: i motori, rimasti fino ad allora entro il limite di 2 litri, passarono a 2,2 litri, anche se l’unica differenza apprezzabile esternamente fu una piccola targhetta ‘2.2’ applicata sul lato passeggero della griglia del cofano motore. La 911 T utilizzava carburatori Weber, cui la Porsche aveva dovuto fare ricorso quando i carburatori francesi originali si erano rivelati inadeguati. Le versioni E e S utilizzavano iniezioni meccaniche Bosch con una potenza rispettivamente di 155 e 180 cavalli. Per far fronte a questa nuova potenza vennero modificate le sospensioni e tutti i modelli furono dotati di freni a disco autoventilanti.

Il 1972 l’anno della svolta

La comparsa, nel 1972, della serie 2,4 litri, aumentò ancora di più il carisma della 911. Il motore da 2.341 cc permetteva di offrire 130 cavalli per il modello T, 165 per il modello E e ben 190 per la S. Questo incremento di potenza si accompagnò ad un ulteriore miglioramento degli allestimenti interni. Comparve un nuovo cambio, siglato Type 915, che aveva il vantaggio di avere a disposizione delle marce più simili a quelle delle automobili di serie. Infine, il notevole fascino derivante dai numerosi successi sportivi di quegli anni (in poco tempo le versioni prototipo erano passate dal ruolo di vincitrici di categoria a quello di dominatrici assolute del Campionato Mondiale Marche) contribuirono ad una vigorosa affermazione della Porsche sul mercato.